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25 Gennaio 2012

Libri iniziati (a leggere): 4

Libri iniziati (a scrivere): 3

Quadri work in progress: 1

Lavori gratis in progress: 1

Lavori pagati a prestazione occasionale: 2

CV mandati nelle ultime 24 ore: 4

Domande per bandi Leonardo mandate ad oggi: 5

Partenze per l’Inghilterra con bandi Leonardo ad oggi: 0

Minuti passati su Facebook: TROPPI

Sogni su me che incontro Steven Moffat e lo ricopro di complimenti in un inglese perfetto: 4. Credo.

 

8.45 Questa mattina mi sono svegliata con la mente aperta a nuove prospettive e con una ferma sicurezza nelle mie possibilità. Dev’essere la bellissima giornata di sole che mi attende fuori a spostare la mia lancetta della metereopaticità da “La mia vita fa schifo” verso “Allegro/Positivo”.

 

9.13 Dalla breccia tra la porta scorrevole e lo stipite fa capolino un occhio assonnato semiricoperto di capelli in preda ai più volgari sbadigli, seguito da un secondo occhio strizzato in una posa da pirata guercio, da un naso aquilino e da un pigiama che ha visto inverni migliori da questo, deformato da una mano impegnata nello scrub mattutino della superficie ruvida di chi non è più un bambino.

La mia dolce metà.

La dolce metà che dopo il sonnolento “Boooonjooouuuurrrrrr” di rito non esita a chiedermi: <Hai telefonato al tizio?>.

Dicesi “Il tizio” il proprietario di un chiosco di piadina-fritto-pizza, a meno di un chilometro dal tepore della nostra alcova, impegnato nella ricerca di una cassiera-farcitrice di piadine part-time. Tre ore serali, nei periodi caotici quattro, eccetto il martedì, a digitare importi e affettare salumi. Impiego dignitoso, utile all’incastro con altri eventuali impegni, entrata stabile e, da due mesi a questa parte, unica. Tutto questo, sorprendentemente, in regola.

Sono entrata in contatto con Il tizio una settimana fa grazie alla segnalazione di un’amica comune.

Sono andata a colloquio, che più che colloquio è stata una chiacchierata amichevole, giovedì scorso. Il tizio si è accertato del mio interesse, delle mie capacità, della mia destrorsità (immagino per l’uso dell’affettatrice), e alla fine mi ha detto <Pensaci, ci sentiamo sabato per telefono>.

Sabato ho telefonato per ribadire il mio interesse con entusiasmo. Il tizio mi ha detto che ci saremmo risentiti in settimana.

E’ mercoledì.

<No che non l’ho chiamato, mi deve chiamare lui!>

Tono esasperato e meno sonnolento di quanto sperassi: <Chiamalo tu!>.

<Non lo voglio chiamare per sentirmi dire che non mi prende. Se mi deve chiamare lui, lo aspetto.>

Lo so, è una recriminazione infantile e immotivata. Però non mi va.

In cinque minuti netti la dolce metà è già in giacca e cravatta, capello con coda spazzolata e in ordine, e si spazzola i denti davanti alla specchiera maculata.

<Senti, fai tu. Ci vediamo dopo.>

Lo saluto augurandogli il buon lavoro.

D’improvviso il sole mi sembra un po’ più malaticcio, e la giornata un po’ più fosca.

 

9.35 Non lo chiamo. Meglio che mi vesta.

 

9.40 No, vabbè, lo chiamo. Ma prima mi lavo e mi trucco.

 

9.47 Oddio, Alle 10 devo essere dalla Giò per la Fiera della Pasticceria. E’ tardissimo!

 

9:53 La macchina è ghiacciata porca vacca!

 

9.54 Vabbè, intanto che sghiaccia lo chiamo.

<<Pronto? Ciao Luca, sono la Betta, l’amica di Erika!>>

<<Ah ciao, lo sai, stavo per mandarti un messaggino… Devo provare un’altra ragazza, me l’ha raccomandata un amico sai, certi favori son favori che si devono fare… Eh si… Comunque la provo giovedì e venerdì, poi ti chiamo eh? Così se non va provo te, ok?>>

Giornata di merda.

* * *

9.58 Macchina sghiacciata, mando un sms alla Giò per avvisare del ritardo e parto.

Non ho nessuna fiducia nella mia Punto da quando, due giorni fa, mi ha lasciato vagare nella nebbia più fitta senza antinebbia, nel tratto più simile ad un’autostrada che ci sia nei 26 chilometri che mi separano da casa di mia cugina.

Non si sono fulminati. Semplicemente, è come se ad un tratto la centralina non fosse mai esistita.

Svanita.

Vanificata.

D’altronde due anni fa, senza darne segno, mi ha privato delle luci posteriori di notte in autostrada, come mi han fatto gentilmente notare in sequenza una macchina sportiva tipo Porche prima, un TIR che sgasava a tutta birra poi. Sono cose che ti fanno dubitare della bontà d’animo del tuo autoveicolo.

Oggi invece la giornata è tersa, i camionisti più o meno gentili, il ghiaccio quasi sciolto, e l’autoradio priva di sbalzi durante la lettura degli MP3 su cd.

 

10.13 Sulla strada scorgo la Giò che porta a passeggio il suo prominente fagiolo di otto mesi baciata dal sole e con le guance arrossate dalla brezza fredda del mattino.

Ci salutiamo, mi scuso per il ritardo, e partiamo alla volta della Fiera della Pasticceria.

 

11.37 E’ trascorsa un’ora da quando ci siamo tuffate in questo labirinto di profumi e di colori.

Senza pensare troppo al probabile ladrocinio finale dei parcheggiatori in attesa del nostro ritorno, abbiamo sfoderato i pass per “Operatori del settore dolciario” e abbiamo varcato l’ingresso con l’aspettativa di un bambino oltre il tendone del Paese dei Balocchi.

Un bambino con le voglie e un bisogno frequente, ma non troppo, di andare in bagno.

Il primo salone è stato sinceramente deludente, non per qualche motivo particolare, ma la sterilità dei macchinari industriali non è esattamente qualcosa di legato alle emozioni. Ma varcata la soglia del secondo, i nostri profili si sono mossi sincronicamente verso destra, allertati dall’omino grasso celato nel valico tra le narici e il cervello.

Odore buono.

Odore di dolci.

Cialde. Forse gauffres.

In realtà, prima della soddisfazione delle nostre brame gustative sarebbe passato un bel po’, ma attraversata la nuvola dolce che delimitava il passaggio dall’industria all’arte ci siamo trovate in quello che può evocare la denominazione “Fiera della Pasticceria”: enormi piramidi di vassoi dorati, stand di packaging multicolore, un piccolo giardino stile “Alice nel paese delle meraviglie” con tanto di fontane colorate, statue per regali di nozze e bomboniere, alberi veri decorati con uova di pasqua, cestini di pane contenneti elaborazioni artistiche di pane, stand di soli nastri di mille colori, stand di sole cialde di mille forme diverse… Un paradiso kitch tutto da scoprire!

 

11.43 Ora però è ora di scroccare da mangiare.

 

11.45 Mmmmmmmhhhh, yoghurt greco e lamponi.

 

11.50 Mmmmmmhhhh, Macaron parigini alle mandorle

 

11.56 Mmmmmhhhhh, il gelato di Marky Ramone… Lo so, bizzarro. La fiera è addobbata con piccoli e grandi schermi che trasmettono in loop video di Marky Ramone. Ci sono i Marky Ramone cookies e il gelato omonimo, entrambi coordinati al brand con pigmento nero che fa tanto oreo, sponsorizzati ovunque. Almeno anche la musica è buona!

 

12.18 La donna e il fagiolo reclamano cibo salato. A ragione, direi, quindi la mozione “pranzo ai chioschi” è approvata. Sarà un ladrocinio, se vogliamo mantenere il luogo comune sulle Fiere.

 

12.19 Panino e bibita € 6,80. Stica.

 

12.20 Tramezzino e bibita € 5,60. Vabbè.

 

12.42 Finito il pranzo, sigaretta peccaminosa (avevo smesso di fumare, con grande gioia della dolce metà e del mio portafoglio, da quasi tre mesi. Solo che ho quasi finito le unghie) e si prosegue con la passeggiata.

 

13.40 Dopo aver inseguito – con successo – il fantasma di una gauffre, è tempo di muoversi. Ci ricomponiamo, ultima tappa al bagno della Giò, e usciamo. Mentre varco il tornello, l’istinto della precaria in cerca di lavoro mi muove nei pressi della biglietteria. Con il più caldo dei sorrisi smaglianti da pubblico chiedo alla cassiera se posso lasciare un curriculum.

Sguardo vacuo.

<Ma a chi?>

<Ehm… A voi. A qualcuno, per lavorare in Fiera in occasione degli eventi… >

<Ah qui non puoi lasciarlo a nessuno>

<Beh, allora mi puoi dare un indirizzo a cui spedirlo? Un’e-mail?>

Sguardo ancora più vacuo a me.

Sguardo interrogativo alle colleghe, che mi ignorano esplicitamente.

Mi arrendo.

<Fa lo stesso, grazie e arrivederci>

 

13.57 La Giò si offre di pagarmi il parcheggio. Chiedo a un parcheggiatore dov’è la macchinetta e lui mi indica il collega all’uscita. <Paghi direttamente a lui>, mi dice.

 

13.59 <Quant’è?>

<10 euro>

Io e la Giò ci leggiamo reciprocamente sul fondo dell’occhio “Diobò!” e le dico: <Sarà meglio che facciamo metà per uno.>

Ladrocinio.

 

15.14 Dopo aver portato la Giò a casa e aver fumato l’ultima sigaretta farcita di chiacchiere su viaggi e posti lontani, monto nuovamente sul fido destriero in direzione del centro di aggregazione giovanile con cui collaboro il mercoledì.

Per strada ricevo una telefonata concitata da Mary, una ragazza che non frequento molto. Lampadina di allarme.

Rispondo con l’aiuto del vivavoce ringraziando l’entità suprema madre dei cellulari moderni.

A lei serve urgentemente un consultorio, e io non ho idea di dove mandarla. Da qui parte un giro di telefonate che mi fa rendere conto di quanto poco io sappia del posto in cui vivo, e di quanto possa incrementare il mio livello di multitasking.

 

15.32 Sono ancora per strada oddio è tardissimo!

 

15.33 Cerco il numero della ragazza che segue il centro. Il mio telefono ha nuovamente cancellato il suo numero, come quello di mia madre.

 

15.38 DAAAAI COSA CI FA UN’APE SU UNA STRADA A SCORRIMENTO VELOCEEEEEE???

 

15.44 Entro trafelata alla sede e, contrariamente al solito, i ragazzi sono già quasi tutti lì.

In cappotto.

Illuminati solo dalla luce dell’esterno.

Guardo l’Angi.

<Non abbiamo la luce>

Fantastico.

 

16.00 L’importante è evocare il potere di Mac Gyver e affrontare il problema cercando di smontare tutto ciò che possa essere ricomposto. Dopo aver razzolato nei contatori impolverati e aver osservato con occhio critico la matassa di fili intrecciati ai piedi dell’armadio-contenitore-dei-contatori, ho individuato il potenziale interruttore malefico e l’ho riavviato, sperando di resuscitare il vecchio mostro dell’impianto elettrico.

 

16.01 Test riuscito. Abbiamo luce e riscaldamento… Però si ghiaccia ancora.

 

19.00 Dopo la sessione di compiti, questa volta piuttosto divertenti data la necessità di disegnare scene dell’Iliade, cosa che mi ha permesso di esibirmi nelle mie più buffonesche esibizioni, l’Angi mi ha incaricato di insegnare ai piccoli (8-10 anni) a disegnare Topolino e Paperino. Sono riuscita a farli impegnare abbastanza da creare un loro personaggio ed eseguire una vignetta, una striscia e una tavola interamente di loro ingegno. Son soddisfazioni.
Nel mentre è passato l’assessore alle politiche giovanili per vedere che attività stavamo svolgendo. Assessore che ho prontamente ignorato, non sapendo chi fosse di preciso. Meglio così, più spontaneità, meno formalità.

 

* * *

 

19.30 Entro a casa. Rituale: accendo il modem, accendo il portatile, poi mi svesto. Sul tavolo non c’è spazio per appoggiare nemmeno il berretto. Devo sistemare.

Però prima controllo Facebook e la mail.

 

19.45 Beh, controlliamo anche LinkedIn

 

19.42 C’era una ricerca di personale interessante da Harrods.

 

19.43 Però devo modificare il CV in inglese dedicato al turismo e al customer service.

 

19.45 Adesso è pronto. Vado.

 

19.46 Ma cosa faccio, sono impazzita…

 

19.47 Oh, insomma, tentar non nuoce.

 

19.48 E se mi vogliono mettere a fare la cameriera? Non so fare a portare i vassoi, sono impedita!

 

19.49 Il bere poi…

 

19.50 Beh magari mi mettono all’hosting…

 

19.51 … ma non so parlare abbastanza bene l’inglese per quello!

 

19.52 Magari incontro Benedict Cumberbatch…

 

19.53 Non ho soldi per stare in Inghilterra. Non ha senso che lo mandi.

 

19.54 Però 15 sterline all’ora sono tante… E poi magari mi aiutano a cercare casa…

 

19.55 Se’, buonanotte.

 

19.56 Ok, adesso lo mando!

 

19.57 Ma se poi mi chiamano al telefono per farmi il colloquio io non sono capace, mi vergogno…

 

19.58 Dai, dai! Male che vada non mi prendono!

 

19.59 Ho il permesso per lavorare in UK? Si!

Posso dimostrarlo? Si!

Vai!

 

20.00 Oddio e questa frase cosa vuol dire????

 

20.02 Cerchiamo su wordreference

 

20.03 E se c’è la negazione? Qua finisce che gli dico che ho commesso reati e sono ricercata!!!

20.05 E vabbè, al massimo non mi prendono…

 

20.06 Pensa che figo se mi mettono in divisa alla reception…

 

20.07 Una tipa con il mio livello d’inglese alla reception. Magari! Non mi ci metteranno mai…

 

20.18 La dolce metà entra in casa con i primi da asporto proprio nel momento in cui premo Invio.

Mi chiede: <Allora? Com’è andata oggi?>

<Ho mandato il curriculum ad Harrods. Devo essere impazzita.>

<Ma no, hai fatto bene…>

<E se poi mi chiamano?>

Condiscendenza. <Ma mica ti sparano…>

 

20.19 Devo scriverlo su Facebook.

 

20.20 L’ho scritto. La gente apprezza.

 

20.26 Racconto la giornata alla dolce metà pigiamata mentre mangiamo e guardiamo a singhiozzo una puntata della nuova stagione di Justified, serie crime su ambientazione redneck americana cui si è aggiunto per l’occasione l’irlandese sbruffone di Dexter.

La sparizione dei principali siti di file sharing per due appassionati di serie tv in lingua originale come noi è stata un supplizio, anche perché i canali regolari (BBC, E4, HBO, SHOWTIME e giù di lì) in Italia non si possono vedere ne in streaming ne, credo, su digitale terrestre.

Per ovviare al problema, da ieri abbiamo ricominciato a leggere a turno i racconti di Rex Stout basati su Nero Wolfe.

Mi chiedo perché tutti facciano omaggi su omaggi su riletture su omaggi di Sherlock Holmes e nessuno si degni di fare una lettura in chiave moderna delle storie di Wolfe, soprattutto alla luce di un personaggio come Archie Goodwin. Una serie televisiva seria o un film, santo cielo… Sarebbe un capolavoro e non saprebbe di riverbero.

Dovrei proporla a Steven Moffat.

 

23.32 Durante la lettura l’ipertecnocellulare mi avverte che un collega – forse ex-collega – che lavora ad uno dei più famosi mega-parchi di divertimento mondiali mi ha scritto. Vorrebbe un’illustrazione da incorniciare al muro del suo nuovo, spoglissimo ufficio. Accolgo il lavoretto con piacere, ma il ritorno dell’occhio sonnolento e dei capelli sbadiglianti della dolce metà mi avverte del fatto che… ci penserò domattina!

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