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30 gennaio 2012

sigarette fumate: 0

progetti di fumetto ideati: 1

progetti di fumetto iniziati: 0

CV inviati: 1

proposte di lavoro ricevute: 0

prospettive future di lavoro nel mondo della piadina: 1

 

8.50 Mi sveglio di soprassalto scossa dalla suoneria irritante del cordless.

Calcolo mentale rapido:

–         E’ presto, dev’essere un familiare.

–         Mio fratello è già a scuola da un’ora, probabilmente non è lui.

–         O è mia madre, o mia sorella.

Zittisco l’aggeggio infernale imprecando internamente per l’impatto dei piedi nudi sulle mattonelle gelide ed emetto un: <Prrrrronto…>

Mia madre in macchina.

<Ciao, scusa, ti ho svegliato? Sto andando su da tua sorella, ha vomitato quindi pensa di avere il botulino perché ha mangiato un pezzo di pizza fuori frigo.>

A questo punto io dovrei avere come minimo la peste.

Discorriamo 10 minuti sull’ipocondria e sugli effetti negativi di internet sui paranoici, dopo di che attacco e torno sotto le coperte per dieci minuti.

Il mio lui mi accoglie con uno stiracchio miagolante:

<Che è successo?>

Glielo dico. Sghignazza (letteralmente) sotto i baffi, scuote la testa con il piglio tipico di chi non si è ancora stupito abbastanza, e si prepara per il lavoro.

Accendo il cellulare: due messaggi in segreteria di mia madre che mi chiede di chiamarla.

Certo che la mia famiglia è proprio strana.

 

9.30 Uscita la dolce metà, pianifico i progetti per la mattina:

  1. portare il curriculum all’agenzia interinale U che cerca una cassiera per GDO che si occupa di casalinghi
  2. far tappa al centro per l’impiego per cercare nuove proposte di lavoro ed eventualmente far due chiacchiere con gli impiegati
  3. portare il CV all’industria della carta che cerca un grafico free-lance
  4. portare il CV all’edicola dell’ipermercato che cerca una commessa
  5. trovare qualcuno che si comperi i mobili dei nonni

ora però vado in bagno.

 

9.50 Come mi vesto? Se devo portare il CV per fare la cassiera devo essere vestita in modo dignitoso.

 

9.55 Fuori fa un freddo infame. Se metto la gonna, ci vogliono leggins, calza di lana sotto, e stivali.

 

9.57 Potrei inaugurare la gonna che mi ha passato mia sorella!

 

9.58 La guardo. Mi entrerà, forse, in una coscia.

 

9.59 Forse, facendola passare dalla testa…

 

10.04 Con acrobazie contorsionistiche circensi, riesco a far passare la gonna nera a fantasia scozzese dalla testa, e… Miracolo!

 

10.10 Però questa maglia sopra ci sta da schifo.

 

10.11 Anche questa. Sembro un’opera d’arte postmoderna.

 

10.12 Vabbè, tanto ci metto sopra il giubbotto, non si vede.

 

10.20 Mi dirigo verso la mia macchina mentre una lampadina di allarme si accende, fioca, sulla superficie laterale delle mie tempie.

Appoggio la suola degli stivali sulla ruota anteriore destra, e faccio pressione: è decisamente depressa. Meglio andare dal gommista.

 

10.30 Parcheggio sulla strada, pregando che il gommista non mi riconosca. L’ultima volta che sono stata qui ho ingranato una retromarcia ingloriosa, intaccando lo spigolo del vano d’uscita con uno specchietto e fuggendo per la strada mimetizzata con la carrozzeria della macchina dalla vergogna.

 

10.35 Forse non mi ha riconosciuto. In realtà, mi sta ignorando.

 

10. 36 Anche il suo collega mi ignora. Adesso sfodero l’occhio cerbiattoso.

 

10.42 Finalmente arriva qualcuno.

<Ha bisogno?> No, sto qui per passare il tempo… Ma secondo te!

Sorriso al miele.

<Le mie ruote sono un po’ depresse… Potrebbe darci un’occhiata?>

<Certo, arrivo subito.>

Prego di non dover entrare nella concessionaria con la macchina. Non voglio fare un’altra figura!!!

 

10.50 Sollievo. Esce con il misuratore portatile della pressione.

Misura e gonfia tutte e quattro le ruote senza chiedere compenso. Ringrazio, auguro buona giornata e me ne vado, mentre mi osserva con il tipico sguardo da “io però l’ho già vista”.

Secondo me, ha riconosciuto la macchina (rossa come il peccato, sfregiata come un pirata indonesiano e lustra come una piccionaia) e ha fatto il collegamento (padrona degenere).

Comunque ho le gomme a posto e non ho speso. Meglio così.

 

11.30 Affronto il traffico del centro città, percorro a zig-zag ogni centimetro di strada alla ricerca di uno spazio ove incastrare il truce veicolo e finalmente individuo un rettangolo blu libero. La tasca delle monete preannuncia con un rumore sordo di contenere solo monetine di rame e un pezzo da 10 centesimi. Inserisco nel parchimetro i rimasugli e, piazzato il biglietto sul cruscotto, vado a prendere un cappuccino per cambiare gli ultimi 5 euro superstiti.

 

11.36 I due ragazzi orientali che gestiscono il bar a ridosso del centro fanno, come sempre, il miglior cappuccino della zona.

 

11.40 Riflettendo sul tempo che necessita un’agenzia interinale, nutro il macchinario con un intero euro ed estraggo l’equivalente di quasi un’ora di sosta. Raggiungo l’agenzia U a passo sostenuto, oltrepassando a testa bassa l’agenzia M nella quale non oso più entrare dopo un paio di figure imbarazzanti dovute alla mia schizofrenia nella scelta di un’opportunità di lavoro.

In fila, adagiate sulle apposite sedie, trovo alcune persone impegnate nella compilazione di questionari e domande d’iscrizione – perché, si sa, alle agenzie in questione interessa solo il numero di iscritti – e mi congratulo per la sagace scelta di devolvere i miei soldi al fine di una sosta ragionevole. L’impiegata, una ragazza dall’espressione dolce, mi convoca immediatamente al banco con un “Prego?” che sa di violino.

<Salve>, esordisco, <ho letto sul vostro sito che cercate un cassiere per…>.

Mi interrompe inclinando la testa e scuotendola con espressione contrita:

<Mi dispiace, ci abbiamo provato, ma vogliono un maschio.>

Alla faccia delle pari opportunità.

Ringrazio ed esco sotto gli occhi sollevati di parecchi signori in fila.

Accidenti.

 

11.44 Viaggio fino al centro per l’impiego e riciclo il biglietto sperando che non mi facciano la multa. Varco la prima rampa di scale e il cellulare vibra con insistenza.

Messaggio numero 1:

“Sister ok. Più tardi suocera l’accompagna dal dottore, ma secondo me ha virus influenzale. Baci, ma.”

Messaggio numero 2:

“Ciao Betta sono Luca. So che è all’ultimo momento, ma potresti venire stasera dalle 18 fino alle 20.30… Ciao”

Ok, stasera si inizia al chiosco! Bene!

Rispondo prima a lui, poi alla mamma, felicitandomi delle (ovvie) condizioni di salute di mia sorella. Se non altro, una buona conclusione di mattina.

* * *

12.50 Bacca torna a casa, e mi trova in piena emotività.

<Allora>, cerca di tirarmi su, <Stasera inizi al chiosco!! Non sei contenta?>

Dito nella piaga.

Non faccio apposta, lo so, ma quando devo iniziare un lavoro nuovo e di professionalità più bassa di quanto aspirassi, io mi deprimo. Calcolo i pro (soldi, contratto in regola, nuove cose da imparare, manualità, ambiente sicuramente più cordiale) e i contro (ancora lavoro manuale simil-operaio, non professionalizzante, senza possibilità di espandere le mie conoscenze “alte”), ma, alla fine, influisce mentalmente il fatto che, insomma, vorrei tanto lavorare nel mondo dell’editoria o in quello dei mass media, ed ho solo esperienze considerevoli come cassiera e come receptionist, quindi a 29 anni sarà dura riuscire a cambiare settore… Anche perché continuo a non avere alternative.

Bacca questa cosa non la capisce.

Quindi si altera.

<Devi pensare allo scopo finale! Cosa vuoi fare? Andare via. Cosa ti serve? I soldi! E quindi tocca che in qualche modo li guadagni!>

Gli do ragione, e argomento che, probabilmente, il lavoro mi piace anche, e che è solo un po’ di “sindrome da Fantasiland” mista all’ormone da pre-ciclo… Però, anche rendendomene conto, mi viene da piangere lo stesso.

Lui fa l’arrabbiato, però dobbiamo andare a mangiare dai suoi quindi partiamo.

 

13.11 Ci accolgono tutti sorrisi e simpatia, il cane scodinzola esigendo coccole, il profumo della polenta e del sugo permea la casa.

<Allora, come va?>

<Bene>, rispondo, <Stasera inizio al chiosco della piadina…>

<… e non è contenta> borbotta una voce cupa in seconda fila.

<Cos’ha detto?> chiede la madre.

<E’ arrabbiato perché non dico “evviva, è il lavoro della mia vita!”>

Lei sgrana gli occhi: <Beh>, obietta, <Vorrei anche vedere!>.

Evviva, qualcuno mi capisce!!!

 

14.14 Appesantita dalla polenta col sugo di maiale con salsiccia e costolette, torno nel mio studio di casa a correggere alcuni errori di battitura sul lavoro di grafica fatto per l’agenzia di organizzazione eventi per la quale mi sono sbattuta MESI in previsione di un contratto serio e che, dopo promesse vane e finto interessamento, mi ha lasciato a casa.
Però mi passa per pietà dei lavoretti, e io non posso certamente rifiutare.

 

14.43 Vibra il telefono.

Sms. Mia madre.

<Ciao Betta. Ti chiedo un favore: riusciamo a sapere se Orazio si è sposato? Dovrebbero esserci le pubblicazioni da qualche parte.>

Orazio è il compagno fedifrago di mia madre, nonché il padre di mio fratello. Per cui, non il mio.

Lo so, è complicato, ma ci si può arrivare.

Lui è l’equivalente di un cuculo: entra in un nido, si fa adottare, elimina con il suo protagonismo tutto quello che ha intorno, e poi se ne va in un altro nido.

Mia madre, con la sindrome della buona samaritana che redime gli stronzi, lo ha accudito per sedici anni difendendolo da tutti quelli che lo additavano per quello che era: dopodichè, lui ha abbandonato lei e mio fratello per andare a fare il creativo culinario in giro per il mondo, mantenendo però l’illusione del legame con la famiglia (“io vado a vivere e lavorare all’estero per voi, così guadagno di più, mando i soldi a casa e voi per le vacanze girate un po’ il mondo con me”), e, una volta svelata la verità (l’amante libanese) due anni fa, è tornato in Italia fingendo redenzione, in realtà cercando un appartamento NELLA MIA CITTA’ per lui e la sua nuova musa.

Mia madre si è trasformata in un ibrido tra 007, un hacker alle prime armi e Mel Gibson in “Ipotesi di complotto”.

Io e mia sorella cerchiamo di non assecondarla, ma l’isteria è incontenibile.

Ringrazio il cielo che mio fratello, tra le gare di nuoto, la scuola, i compiti e gli amici si estranei per il 60% della giornata da questo delirio.

 

14.45 Cerco le partecipazioni online. Non ci sono. Le mando un sms, e chiudo così la faccenda.

* * *

20.56 Il lavoro al chiosco è divertente. Devo solo prenderci un po’ la mano.

Ho una bella divisa, Luca e Marisa, la collaboratrice storica, sono molto cordiali, appassionati di molte cose, creativi e pazienti.

Ho fatto qualche pastrocchio, ma rispetto alla cassa del parco l’atmosfera è più rilassata: devo solo imparare un tipo differente di multitasking. Controllare piade e crescioni sulla piastra, prendere le ordinazioni al telefono, fare gli scontrini, passare le ordinazioni a uno o all’altra a seconda del prodotto, insomma, tecnica e manualità: ce la posso fare!

Luca inoltre mi ha dato il benvenuto con due pizze gratis da portare a casa. Pizze buonissime.

Domani è giorno libero, torno mercoledì, e, dal poco che ho origliato dei loro bisbigli, sembra siano abbastanza soddisfatti. Magari mi sbaglio, il muro è spesso… Speriamo di aver capito bene.

 

21.13 Ha conquistato il cuore della dolce metà.

Buonissime.

 

00.28 La serata è trascorsa all’insegna della lettura di nuovi racconti di Nero Wolf con esilaranti improperi di Archie Goodwin al proprio capo. Ho letto negli occhi del mio lui il sollievo quando ho varcato la soglia in tutta allegria, trasportando le due pizze e raccontando la serata: gliel’avevo detto che probabilmente il lavoro mi sarebbe piaciuto, ma lui no, bianco o nero, mentre io ho un’intera gamma di grigi a mia disposizione! Almeno uno per ogni ormone.

Unico neo della serata, una telefonata dei membri dell’associazione di giochi di ruolo di cui la dolce metà fa(ceva?) parte: dopo averlo destituito dal suo ruolo direttivo e dall’incarico di responsabile senza nessun riguardo, come un infame disertore, per aver trascurato i suoi doveri (di volontario) relativi al consiglio per tre mesi, adesso si sono resi conto di avere qualche problema a fare a meno di lui nell’altro ruolo, cioè quello di responsabile. Mezz’ora di telefonata in toni chiari e ragionevoli non ha scalfito la muraglia di fermezza che il mio lui si è costruito intorno dopo quella sera: evidentemente non hanno ancora capito quanto il loro gesto lo abbia ferito… E che sarebbe bastato così poco per trovare un compromesso.

Bacca si è rabbuiato un istante, ne abbiamo parlato, poi l’aneddoto è stato spazzato via per dare nuovamente spazio a Rex Stout.

Le nuvole passeranno, come è sempre stato.


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