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4 febbraio 2012

metri di neve sul balcone: 1

generi alimentari devoluti a passerotti e altri esseri volanti: 3 (crackers, pan grattato nuovo, pan grattato usato)

ore passate guardando con piacere Bacca giocare ai videogiochi: 8 (in 3 giorni)

ore passate guardando nervosamente Bacca giocare ai videogiochi 15 (in 3 giorni)

CV mandati: 6

Giorni lavorati al chiosco: 1

Soldi nel conto in banca: in caduta libera

Incubi in cui sulla mia Punto è caduto un albero: 5

Minuti passati a spalare la neve intorno alla macchina: 29

Percentuale di dolore fisico per aver spalato la neve: 20%

 

8.45 Parafrasando un vecchio detto italico: nevica, governo ladro.

Nevica ancora.

Dall’entusiasmo che mi ha pervaso il 31 gennaio vedendo scendere, trasportati dalla brezza, i primi microscopici fiocchi, sono passata a una mite preoccupazione il 2 di febbraio, quando i 50 centimetri venivano rinforzati da una nevicata che ha reso impossibile rimuovere le macchine dai parcheggi, fino a quando la mia zona è apparsa su tutti i telegiornali, ieri sera. Non panico, ma un calcolo approssimativo dei giorni che ci vorranno per liberare le strade e le macchine, dall’infausto candore, e dei conseguenti giorni trascorsi nell’impossibilità di andare a lavorare o a cercare un lavoro cumulativo da aggiungere al chiosco.

Luca mi ha aggiornato giorno per giorno delle condizioni del chiosco e dell’eventualità che aprisse o meno, poi ieri ha tagliato la testa al toro e mi ha avvertito: “Considera che non apriremo fino a mercoledì, poi ci sentiamo per vedere come va”.

Diobò. Comincio a lavorare, e casa mia viene teletrasportata in Siberia, un’atmosfera natalizia che non si vedeva dal lontano 1985. Qualcuno lassù deve avere un bizzarro senso dell’umorismo.

 

9.10 Il telefono mi resuscita dal torpore. Ha la voce di mia madre.

<Come va?>

<Ah, bene>, rispondo, <sono in casa, sto al caldo, il cibo ce l’ho, sto al computer tutto il giorno…>

<Hai messo l’antigelo nella macchina?>

Panico.

<Non lo so, non mi ricordo se il meccanico l’ultima volta me l’ha messo…>

Sono sicura al 90% che non l’ha fatto.

<Almeno sei andata giù ad accenderla?>

Guardo fuori. Della mia brillante Punto scarlatta si scorge, sotto ad una bizzarra montagnola di neve, il nero di uno specchietto chiuso e un baluginio bordeaux occhieggiante da una crepa nello scudo di ghiaccio.

< Prima dovrò spalare un bel po’.>

<Ce l’hai la roba da neve?>

<Qualcosina, ma la tuta, i guanti da sci e gli scarponi sono da te. Mi arrangerò con quello che ho.>

<Te li portiamo io e Matte!>

Guardo fuori dalla finestra. Sulla carreggiata, messa a nudo ieri sera dagli angeli della neve con i loro macchinari da montagna, c’è un manto bianco alto almeno 30 centimetri.

<Non credo proprio.>

Ci salutiamo e riagganciamo.

Devo scendere a spalare e cercare di accendere il mio fido veicolo.

Adesso lo scrivo su Facebook.

 

9.23 Il Comune ha richiesto l’intervento dell’Esercito. Penso alle abitazioni in collina e ai poveracci che dovranno abbandonare casa fino a tempi migliori. Meglio che restare bloccati e senza cibo. Si rischia di finire come i sopravvissuti di Alive o del “Donner party”.

 

9.28 Osservo un ridicolo servizio del telegiornale sui problemi della neve a Roma. Ce ne saranno al massimo 5 centimetri. L’annunciatrice inoltre consiglia ai senzatetto di restare in casa.

Mi preparo per uscire, che è meglio.

 

9.42 Calzini, calzamaglia di lana, calzamaglia di lycra, pantaloni della tuta con elastico, maglia a collo alto in microfibra, maglione di lana brutto ma caldo, giubbotto con pelo, scarponi pelosi impermeabilizzati, due paia di guanti, sciarpa chilometrica rossa di lana avvolta e incastrata al tutto, berretto, cappuccio. Sono pronta per andare a scroccare la pala ai vicini.

 

9.45 Mi presento alla porta della Signora Laura, che vive con il marito al piano terra del nostro condominio. Lei è la classica signora sulla settantina, chiacchierona e generosa, amica di tutti, che abitava sulle colline ma che i figli han costretto a spostarsi in città per essere più vicini nel caso avesse bisogno di qualcosa. Il marito è indecifrabile. Parla a malapena, in genere ti osserva con occhi indagatori e dall’espressione ininterpretabile, e comunica con gesti della testa. E’ come se fosse perennemente in attesa di qualcosa di detto, o di fatto, e tu… non so, ti senti nudo.

Suono, dunque, e invece dei brillanti occhi dolci di lei trovo l’Enigmista.

<Salve, buongiorno, avrei bisogno di un piacere: dovrei accendere la macchina, solo che è coperta di neve, non è che avrebbe una pala da prestarmi?>

<Si, ho quella che le ho prestato ieri!>

Un momento. Ieri sono scesa con la mia scopa. Ho chiesto la pala? No, impossibile!

Oddio sembro il protagonista di Memento.

<No, veramente ieri non ho spalato…>

Mi deve aver scambiato con qualcun altro.

<Ah, non era lei? Va bene, va bene…> Ciabatta mugugnando verso la porta a vetri che dà sul giardino. La strada è occultata da un muro di glassa. <Me la porti però quando ha finito, che mi serve qua davanti!>

Lo rassicuro e svolto verso il portone d’ingresso del condominio.

Delle cassette della posta, alte come me, si vedono solo le ultime due righe superiori.

Controllo di essere ermeticamente chiusa dentro il mio scafandro di lana e poliestere, ed esco affondando nella neve fino al ginocchio brandendo scopa e pala.

 

9.48 La Punto sta abbastanza bene, da quel che posso vedere. La caduta dei rami di pino appesantiti dalla neve non l’ha danneggiata, grazie all’inclinazione in senso opposto dell’albero sotto al quale è parcheggiata. Vuoi che pensassi che l’unico giorno in cui l’avessi messa sotto un albero, cosa che non faccio MAI, sarebbe scoppiata la tormenta di neve del secolo? Bah.

Adesso provo ad entrare.

 

10.15 Sono riuscita a liberare lo sportello del passeggero, grazie a dio la consistenza è ancora molto soffice e non ho dovuto faticare troppo.

L’interno è incredibilmente caldo, sembra di essere in un igloo foderato di cuscini.

Inserisco la chiave, le spie rispondono obbedienti, e avvio.

Il rombo non è troppo convinto, ma abbastanza sano.

 

10.16 Spingo sul pedale del gas per aumentare un po’i giri… Sembra tutto a posto! Evviva!

 

10.17 Ehi, cos’è questo odore?

Oddio, spegnere, spegnere subito!

 

10.18 Certo, ho sbloccato lo sportello e acceso la macchina, ma non ho liberato la marmitta.

Mi stavo gassando col monossido di carbonio in un modo estremamente stupido. Almeno sarei stata originale!

 

10.21 Riconsegno la pala al proprietario, e la Signora Laura viene a salutarmi con il capo ricoperto di bigodini in posa. Ringrazio e torno nel mio nido ad asciugarmi.

 

10.23 Il mio lui sta ancora russando della grossa. E’ così, quando non deve andare a lavorare entra in letargo. Dodici ore nello stesso giaciglio, ed è capace di addormentarsi sul divano nel pomeriggio. Un moscardino. Un moscardino gargantuesco.

 

11.00 Il moscardino ha indirizzato i suoi grugniti del mattino a me, e sono andata in camera a deletargizzarlo. Ho alzato le serrande e ho miagolato:

<Nevica ancora, fuori è bellissimo! Andiamo a fare una passeggiata!>

L’occhio omicida è emerso dai lenzuoli.

Ma stavolta vinco io.

 

11.26 Ho vinto. Sto andando a passeggiare con il Mostro dell’immondizia.

Se c’è una cosa che so di per certo della dolce metà è che per fargli fare qualcosa bisogna costringerlo, perché una volta fuori si diverte: in più, il modo migliore per convincerlo è trasformare l’evento in una goliardata stupida.

Al momento è vestito di sacchi neri. “Così non mi bagno”, ha detto.

O così, o niente. Bisogna accontentarsi.

 

11.29 Le strade sono bellissime. Il vialone che porta alla zona industriale, in genere percorso da pazzi lanciati a velocità folli e camion dal clacson facile, è DESERTO. Almeno per quanto riguarda le macchine: ci sono solo pedoni. Volontari che spalano, famigliole con slittini e bob, gente carica di sporte di ritorno dal supermercato. Fotografo meticolosamente i dettagli con il cellulare, fino al nostro arrivo al parco vicino casa, dove rimango a bocca aperta: ci sarà veramente un metro di neve. La strada è percorribile solo tramite un sentiero solcato nella neve dai numerosi piedi che hanno spianato la distesa. Le famigliole in allegra discesa sono concentrate in un punto solo, per il resto è statisticamente impossibile riuscire a muoversi. Cullata dal fruscio dei sacchi neri dietro di me, mi avventuro in questo paradiso, e, presa dall’entusiasmo, mi butto per fare il primo angelo nella neve della mia vita, sperando di non centrare una panchina o un cestino occulti.

Lo faccio, ed è bellissimo.

 

* * *

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