RSS Feed

Tag Archives: precaria

30 gennaio 2012

sigarette fumate: 0

progetti di fumetto ideati: 1

progetti di fumetto iniziati: 0

CV inviati: 1

proposte di lavoro ricevute: 0

prospettive future di lavoro nel mondo della piadina: 1

 

8.50 Mi sveglio di soprassalto scossa dalla suoneria irritante del cordless.

Calcolo mentale rapido:

–         E’ presto, dev’essere un familiare.

–         Mio fratello è già a scuola da un’ora, probabilmente non è lui.

–         O è mia madre, o mia sorella.

Zittisco l’aggeggio infernale imprecando internamente per l’impatto dei piedi nudi sulle mattonelle gelide ed emetto un: <Prrrrronto…>

Mia madre in macchina.

<Ciao, scusa, ti ho svegliato? Sto andando su da tua sorella, ha vomitato quindi pensa di avere il botulino perché ha mangiato un pezzo di pizza fuori frigo.>

A questo punto io dovrei avere come minimo la peste.

Discorriamo 10 minuti sull’ipocondria e sugli effetti negativi di internet sui paranoici, dopo di che attacco e torno sotto le coperte per dieci minuti.

Il mio lui mi accoglie con uno stiracchio miagolante:

<Che è successo?>

Glielo dico. Sghignazza (letteralmente) sotto i baffi, scuote la testa con il piglio tipico di chi non si è ancora stupito abbastanza, e si prepara per il lavoro.

Accendo il cellulare: due messaggi in segreteria di mia madre che mi chiede di chiamarla.

Certo che la mia famiglia è proprio strana.

 

9.30 Uscita la dolce metà, pianifico i progetti per la mattina:

  1. portare il curriculum all’agenzia interinale U che cerca una cassiera per GDO che si occupa di casalinghi
  2. far tappa al centro per l’impiego per cercare nuove proposte di lavoro ed eventualmente far due chiacchiere con gli impiegati
  3. portare il CV all’industria della carta che cerca un grafico free-lance
  4. portare il CV all’edicola dell’ipermercato che cerca una commessa
  5. trovare qualcuno che si comperi i mobili dei nonni

ora però vado in bagno.

 

9.50 Come mi vesto? Se devo portare il CV per fare la cassiera devo essere vestita in modo dignitoso.

 

9.55 Fuori fa un freddo infame. Se metto la gonna, ci vogliono leggins, calza di lana sotto, e stivali.

 

9.57 Potrei inaugurare la gonna che mi ha passato mia sorella!

 

9.58 La guardo. Mi entrerà, forse, in una coscia.

 

9.59 Forse, facendola passare dalla testa…

 

10.04 Con acrobazie contorsionistiche circensi, riesco a far passare la gonna nera a fantasia scozzese dalla testa, e… Miracolo!

 

10.10 Però questa maglia sopra ci sta da schifo.

 

10.11 Anche questa. Sembro un’opera d’arte postmoderna.

 

10.12 Vabbè, tanto ci metto sopra il giubbotto, non si vede.

 

10.20 Mi dirigo verso la mia macchina mentre una lampadina di allarme si accende, fioca, sulla superficie laterale delle mie tempie.

Appoggio la suola degli stivali sulla ruota anteriore destra, e faccio pressione: è decisamente depressa. Meglio andare dal gommista.

 

10.30 Parcheggio sulla strada, pregando che il gommista non mi riconosca. L’ultima volta che sono stata qui ho ingranato una retromarcia ingloriosa, intaccando lo spigolo del vano d’uscita con uno specchietto e fuggendo per la strada mimetizzata con la carrozzeria della macchina dalla vergogna.

 

10.35 Forse non mi ha riconosciuto. In realtà, mi sta ignorando.

 

10. 36 Anche il suo collega mi ignora. Adesso sfodero l’occhio cerbiattoso.

 

10.42 Finalmente arriva qualcuno.

<Ha bisogno?> No, sto qui per passare il tempo… Ma secondo te!

Sorriso al miele.

<Le mie ruote sono un po’ depresse… Potrebbe darci un’occhiata?>

<Certo, arrivo subito.>

Prego di non dover entrare nella concessionaria con la macchina. Non voglio fare un’altra figura!!!

 

10.50 Sollievo. Esce con il misuratore portatile della pressione.

Misura e gonfia tutte e quattro le ruote senza chiedere compenso. Ringrazio, auguro buona giornata e me ne vado, mentre mi osserva con il tipico sguardo da “io però l’ho già vista”.

Secondo me, ha riconosciuto la macchina (rossa come il peccato, sfregiata come un pirata indonesiano e lustra come una piccionaia) e ha fatto il collegamento (padrona degenere).

Comunque ho le gomme a posto e non ho speso. Meglio così.

 

11.30 Affronto il traffico del centro città, percorro a zig-zag ogni centimetro di strada alla ricerca di uno spazio ove incastrare il truce veicolo e finalmente individuo un rettangolo blu libero. La tasca delle monete preannuncia con un rumore sordo di contenere solo monetine di rame e un pezzo da 10 centesimi. Inserisco nel parchimetro i rimasugli e, piazzato il biglietto sul cruscotto, vado a prendere un cappuccino per cambiare gli ultimi 5 euro superstiti.

 

11.36 I due ragazzi orientali che gestiscono il bar a ridosso del centro fanno, come sempre, il miglior cappuccino della zona.

 

11.40 Riflettendo sul tempo che necessita un’agenzia interinale, nutro il macchinario con un intero euro ed estraggo l’equivalente di quasi un’ora di sosta. Raggiungo l’agenzia U a passo sostenuto, oltrepassando a testa bassa l’agenzia M nella quale non oso più entrare dopo un paio di figure imbarazzanti dovute alla mia schizofrenia nella scelta di un’opportunità di lavoro.

In fila, adagiate sulle apposite sedie, trovo alcune persone impegnate nella compilazione di questionari e domande d’iscrizione – perché, si sa, alle agenzie in questione interessa solo il numero di iscritti – e mi congratulo per la sagace scelta di devolvere i miei soldi al fine di una sosta ragionevole. L’impiegata, una ragazza dall’espressione dolce, mi convoca immediatamente al banco con un “Prego?” che sa di violino.

<Salve>, esordisco, <ho letto sul vostro sito che cercate un cassiere per…>.

Mi interrompe inclinando la testa e scuotendola con espressione contrita:

<Mi dispiace, ci abbiamo provato, ma vogliono un maschio.>

Alla faccia delle pari opportunità.

Ringrazio ed esco sotto gli occhi sollevati di parecchi signori in fila.

Accidenti.

 

11.44 Viaggio fino al centro per l’impiego e riciclo il biglietto sperando che non mi facciano la multa. Varco la prima rampa di scale e il cellulare vibra con insistenza.

Messaggio numero 1:

“Sister ok. Più tardi suocera l’accompagna dal dottore, ma secondo me ha virus influenzale. Baci, ma.”

Messaggio numero 2:

“Ciao Betta sono Luca. So che è all’ultimo momento, ma potresti venire stasera dalle 18 fino alle 20.30… Ciao”

Ok, stasera si inizia al chiosco! Bene!

Rispondo prima a lui, poi alla mamma, felicitandomi delle (ovvie) condizioni di salute di mia sorella. Se non altro, una buona conclusione di mattina.

* * *

12.50 Bacca torna a casa, e mi trova in piena emotività.

<Allora>, cerca di tirarmi su, <Stasera inizi al chiosco!! Non sei contenta?>

Dito nella piaga.

Non faccio apposta, lo so, ma quando devo iniziare un lavoro nuovo e di professionalità più bassa di quanto aspirassi, io mi deprimo. Calcolo i pro (soldi, contratto in regola, nuove cose da imparare, manualità, ambiente sicuramente più cordiale) e i contro (ancora lavoro manuale simil-operaio, non professionalizzante, senza possibilità di espandere le mie conoscenze “alte”), ma, alla fine, influisce mentalmente il fatto che, insomma, vorrei tanto lavorare nel mondo dell’editoria o in quello dei mass media, ed ho solo esperienze considerevoli come cassiera e come receptionist, quindi a 29 anni sarà dura riuscire a cambiare settore… Anche perché continuo a non avere alternative.

Bacca questa cosa non la capisce.

Quindi si altera.

<Devi pensare allo scopo finale! Cosa vuoi fare? Andare via. Cosa ti serve? I soldi! E quindi tocca che in qualche modo li guadagni!>

Gli do ragione, e argomento che, probabilmente, il lavoro mi piace anche, e che è solo un po’ di “sindrome da Fantasiland” mista all’ormone da pre-ciclo… Però, anche rendendomene conto, mi viene da piangere lo stesso.

Lui fa l’arrabbiato, però dobbiamo andare a mangiare dai suoi quindi partiamo.

 

13.11 Ci accolgono tutti sorrisi e simpatia, il cane scodinzola esigendo coccole, il profumo della polenta e del sugo permea la casa.

<Allora, come va?>

<Bene>, rispondo, <Stasera inizio al chiosco della piadina…>

<… e non è contenta> borbotta una voce cupa in seconda fila.

<Cos’ha detto?> chiede la madre.

<E’ arrabbiato perché non dico “evviva, è il lavoro della mia vita!”>

Lei sgrana gli occhi: <Beh>, obietta, <Vorrei anche vedere!>.

Evviva, qualcuno mi capisce!!!

 

14.14 Appesantita dalla polenta col sugo di maiale con salsiccia e costolette, torno nel mio studio di casa a correggere alcuni errori di battitura sul lavoro di grafica fatto per l’agenzia di organizzazione eventi per la quale mi sono sbattuta MESI in previsione di un contratto serio e che, dopo promesse vane e finto interessamento, mi ha lasciato a casa.
Però mi passa per pietà dei lavoretti, e io non posso certamente rifiutare.

 

14.43 Vibra il telefono.

Sms. Mia madre.

<Ciao Betta. Ti chiedo un favore: riusciamo a sapere se Orazio si è sposato? Dovrebbero esserci le pubblicazioni da qualche parte.>

Orazio è il compagno fedifrago di mia madre, nonché il padre di mio fratello. Per cui, non il mio.

Lo so, è complicato, ma ci si può arrivare.

Lui è l’equivalente di un cuculo: entra in un nido, si fa adottare, elimina con il suo protagonismo tutto quello che ha intorno, e poi se ne va in un altro nido.

Mia madre, con la sindrome della buona samaritana che redime gli stronzi, lo ha accudito per sedici anni difendendolo da tutti quelli che lo additavano per quello che era: dopodichè, lui ha abbandonato lei e mio fratello per andare a fare il creativo culinario in giro per il mondo, mantenendo però l’illusione del legame con la famiglia (“io vado a vivere e lavorare all’estero per voi, così guadagno di più, mando i soldi a casa e voi per le vacanze girate un po’ il mondo con me”), e, una volta svelata la verità (l’amante libanese) due anni fa, è tornato in Italia fingendo redenzione, in realtà cercando un appartamento NELLA MIA CITTA’ per lui e la sua nuova musa.

Mia madre si è trasformata in un ibrido tra 007, un hacker alle prime armi e Mel Gibson in “Ipotesi di complotto”.

Io e mia sorella cerchiamo di non assecondarla, ma l’isteria è incontenibile.

Ringrazio il cielo che mio fratello, tra le gare di nuoto, la scuola, i compiti e gli amici si estranei per il 60% della giornata da questo delirio.

 

14.45 Cerco le partecipazioni online. Non ci sono. Le mando un sms, e chiudo così la faccenda.

* * *

20.56 Il lavoro al chiosco è divertente. Devo solo prenderci un po’ la mano.

Ho una bella divisa, Luca e Marisa, la collaboratrice storica, sono molto cordiali, appassionati di molte cose, creativi e pazienti.

Ho fatto qualche pastrocchio, ma rispetto alla cassa del parco l’atmosfera è più rilassata: devo solo imparare un tipo differente di multitasking. Controllare piade e crescioni sulla piastra, prendere le ordinazioni al telefono, fare gli scontrini, passare le ordinazioni a uno o all’altra a seconda del prodotto, insomma, tecnica e manualità: ce la posso fare!

Luca inoltre mi ha dato il benvenuto con due pizze gratis da portare a casa. Pizze buonissime.

Domani è giorno libero, torno mercoledì, e, dal poco che ho origliato dei loro bisbigli, sembra siano abbastanza soddisfatti. Magari mi sbaglio, il muro è spesso… Speriamo di aver capito bene.

 

21.13 Ha conquistato il cuore della dolce metà.

Buonissime.

 

00.28 La serata è trascorsa all’insegna della lettura di nuovi racconti di Nero Wolf con esilaranti improperi di Archie Goodwin al proprio capo. Ho letto negli occhi del mio lui il sollievo quando ho varcato la soglia in tutta allegria, trasportando le due pizze e raccontando la serata: gliel’avevo detto che probabilmente il lavoro mi sarebbe piaciuto, ma lui no, bianco o nero, mentre io ho un’intera gamma di grigi a mia disposizione! Almeno uno per ogni ormone.

Unico neo della serata, una telefonata dei membri dell’associazione di giochi di ruolo di cui la dolce metà fa(ceva?) parte: dopo averlo destituito dal suo ruolo direttivo e dall’incarico di responsabile senza nessun riguardo, come un infame disertore, per aver trascurato i suoi doveri (di volontario) relativi al consiglio per tre mesi, adesso si sono resi conto di avere qualche problema a fare a meno di lui nell’altro ruolo, cioè quello di responsabile. Mezz’ora di telefonata in toni chiari e ragionevoli non ha scalfito la muraglia di fermezza che il mio lui si è costruito intorno dopo quella sera: evidentemente non hanno ancora capito quanto il loro gesto lo abbia ferito… E che sarebbe bastato così poco per trovare un compromesso.

Bacca si è rabbuiato un istante, ne abbiamo parlato, poi l’aneddoto è stato spazzato via per dare nuovamente spazio a Rex Stout.

Le nuvole passeranno, come è sempre stato.


Advertisements

28 gennaio 2012

Progetti di fumetto iniziati: 1

Libri iniziati (a leggere): 5

CV mandati: 8

CV mandati con grandi speranze: 2

Sigarette fumate dal mio pacchetto: 10

Sigarette scroccate: 1

 

19.48 Dopo una giornata non troppo interessante passata ad inviare CV e ad aggiornare gli status su Facebook e Twitter, sono pronta per andare alla cena di compleanno della Ceci, una collega del lavoro stagionale che non vedo da parecchio.

Praticamente non la vedo e non la sento da quando, a fine stagione, ci siamo concesse con tre amici una minivacanzina di due giorni sul lago. La Punto ha resistito con coraggio alle tre ore di viaggio inflitte all’andata e alle altrettante inflitte al ritorno, il posto prenotato dalla Ceci era un appartamento sito in un campeggio paradisiaco (ed economico) proprio sul lago, frequentato prevalentemente da popolazione teutonica in calzino e ciabatte e a qualche chilometro dal parco divertimenti meta del nostro lieto girovagare. Abbiamo riso, filmato scenette, giocato, mangiato su una terrazza a pochi metri dall’acqua, insomma, ci siamo riposati dei quattro mesi di soffocante tormento clientelare, per poi tornare alle rispettive abitazioni ed ignorarci come sempre.

Un po’ per combattere il cosiddetto “culo pesante” contagioso della dolce metà, ma soprattutto perché ho molta voglia di riprendere la vita sociale extraurbana e di rivedere i compagni di merende estivi che fan parte della mia vita da pressappoco sei anni, ho accettato con piacere l’invito. Ed ora sono alla parte ardua della serata: scegliere il vestito.

Premetto che NON SONO MAI STATA una ragazza interessata allo stile e all’estetica: il tempo massimo che mi concedo per prepararmi ad una serata è mezz’ora, a parte occasioni speciali come matrimoni, battesimi e combo dei due per i quali impiego un’oretta (trucco e capelli compresi, eh, non esageriamo).

Potrei mettermi il vestito di lana grigia con i leggins e gli stivali…

 

19.50 … ma mi metto sempre quello per le occasioni importanti… E’ un po’ ripetitivo, non mi va.

 

19.51 Potrei mettermi i pantaloni grigi nuovi e il vestito a maniche corte  con sotto la maglia di lana nera!

 

19.52 Dove sono i pantaloni?

 

19.54 Trovati!
No, questi sono i jeans oversize che ho consumato finchè non mi si sono rotti nell’interno-coscia destro mentre mi sedevo in macchina…

Prima o poi li devo cucire.

 

19.55 Pila dei calzoni dell’armadio? No

 

19.56 Sotto le maglie? No

 

19.57 Sotto la pila di vestiti di fianco all’armadio? Ved… AAAAAAAHHHH!!!

 

20.00 Riemergo dalla collinetta di lana, cotone e lycra vittoriosa, stringendo in pugno i famigerati pantaloni fuggitivi.

Sono talmente sgualciti che ricordano la carta crespa e… Mmmh, forse sarebbe stato meglio metterli da lavare quando me li sono tolti…

 

20.30 Arrivo al ristorante con la mise definitiva: Gonna di jeans con prolunga in velluto verde a ruota lunga fino ai piedi, maglia di lana nera, camicia a quadri e maglione di lana con cappuccio bordato di finto pelo. Sopra, giubbotto imbottito nero, sciarpa rosso fuoco e basco grigio. Sotto, stivali grigi senza tacco: il meglio del country.

Mi avvicino all’entrata del ristorante scricchiolando sulla ghiaia, non individuo facce conosciute quindi mi accendo una sigaretta e attendo le amiche nel parcheggio.

Dal ristorante escono due coppie di signori attempati che parlano tra di loro della serata. Il primo, a braccetto con la moglie, mi scaglia un’occhiata avvelenata, e tenendo lo sguardo fisso su di me proclama in un impeccabile dialetto: “Cun tòt qi albanès calè, u’n s’truov piò e rumagnuòl in zìr!”.

Traduzione: con tutti quegli albanesi lì, non si trova più un romagnolo in giro).

Lo osservo senza sapere se insultarlo, dargli del razzista, mettermi a ridere o rimanerci male.

 

* * *

01.38 Sono a casa. Ho mangiato, ho bevuto, ho guardato la gente ballare, cantare e programmare appuntamenti, feste e giornate di shopping. Mi sono sentita inadeguata al gruppo sin dal momento in cui sono arrivate, con i loro vestiti elegantissimi, il trucco perfetto, i tacchi chilometrici, ogni colore perfettamente abbinato alla carnagione, agli occhi, al trucco, avvolte da una nuvola di profumo. Parlavano di serate per locali, di come sono venute persino nella mia piccola città, a quasi quaranta chilometri dalla loro, a ballare e a trovarsi per un aperitivo, mentre io non ne ho mai saputo nulla. E’ una strana meccanica, quella del lavoro stagionale, anche se in realtà comincio a credere sia una tara del lavoro, o che sia io a concedere troppa confidenza o aspettativa verso i miei colleghi: d’estate si lavora tanto, sempre uno vicino all’altro, quindi ci si confida, si raccontano cose private, si crea un legame, e quindi ci si improvvisa amici, si aiuta il prossimo, ci si frequenta. Finita la stagione, tutto viene ridotto, le persone dimenticate, si ritorna estranei, a meno di rientrare nelle condizioni esplicitate da Marika: “La cena di fine anno del 2008? Ah, non lo so, io non c’ero, non ero ancora entrata nell’Elite!”.

Io non ho mai differenziato le mie conoscenze tra elite e secondi classificati, e non ho mai fatto distinzione tra amico incontrato per caso, a scuola, frequentando un locale, e amico conosciuto sul lavoro.

Evidentemente, c’è qualcosa che non ho ancora capito.

 

01.40 Ah, stamattina mi ha telefonato Luca del lavoro. Da mercoledì sono in prova!

27 gennaio 2012

00.40 Non ho sonno.

00.43 Non ho voglia di dormire, e il lieto grugnire soddisfatto nel sonno dei giusti della dolce metà non mi contagia minimamente.

00.46 E se mi alzassi e scrivessi le pagine che sto covando da mesi del mio romanzo horror sui fantasmi fascisti?

Dopo l’avventura nella nebbia di domenica dovrei essere nella giusta forma mentis!

00.48 Con il massimo della grazia possibile socchiudo delicatamente la porta della camera, sgattaiolo in soggiorno e accendo il sempre fedele laptop, ribaltato sul divano a sedere in aria “per evitare che la polvere entri nelle ventole”. Nerd docet.

00.51 Bene, sono pronta! Cominciamo.

00.52 Prima però controllo Facebook, voglio vedere cos’hanno detto sul curriculum di Harrods i miei amici.

00.53 Sedici “mi piace” e un paio di commenti! Più interessati di quanto credessi!

00.54 Però sarebbe carino mettermi a scrivere qualcosa su di me. Magari un blog, che parli di precariato… Sarebbe divertente! Almeno per me. E mi permetterebbe di scrivere facilmente con un obiettivo.

Potrei chiamarlo… Precariato on the road!

No, troppo Kerouac. Sarebbe un affronto, on the road dove, che mi alzo dal divano solo sotto tortura…

00.58 C’era una cosa che suonava bene… Scrutatore? Viaggiatore? Ah, si, “Morte di un commesso viaggiatore”.  La morte del sogno, i figli che non trovano lavoro… Temi assonanti, ma un po’ deprimente! Specchiamo: Vita di una precaria sognatrice! Nah, al maschile ci starebbe, al femminile non si coglie la similitudine… E poi troppo pretenzioso, troppo intellettuale. Qua siamo più sul “Diario di Bridget Jones”, anche come espediente narrativo. Solo che è più un’agenda di un diario.

01.10 Agenda di una precaria sognatrice e via, non se ne parli più! Butterò giù una bozza per la giornata di oggi e domani mi ci metterò seriamente.

02.48 CAZZAROLA!

* * *

Curriculum inviati: 10

Lavori freelance pagati: 1

Solleciti per inviare materiale al Catalogo degli Artisti: 4

Mobili antichi da vendere: 2

Gioielli di ex da vendere: 3

Minuti passati su Facebook: meno di ieri

Sigarette fumate: 0

Cibo ingurgitato per compensare le sigarette: un colle a scelta tra quelli di Roma.

08.36 Incredibile. Non ho assolutamente sonno. Ho dormito sei ore scarse e sono sveglia come un grillo. Adesso lo scrivo su Facebook.

08.45 Gli status di mia madre in questi gironi somigliano molto a quelli di mia cugina quattordicenne o a quelli dei ragazzini a cui faccio fare i compiti il mercoledì pomeriggio. Tutte faccine, fiorellini, aforismi da Bacio Perugina, ed eventualmente link a foto poetiche con giovani solitarie che passeggiano in riva al mare. Una seconda adolescenza insomma! Tanto meglio, era ora che si permettesse uno slancio di emotività post-cinquanta.

08.49 Possibilità della mattina:

a)       sistemare la burocrazia

b)       andare alla ricerca di antiquari interessati al soggiorno della nonna

c)       andare alla ricerca di un cavalletto che sostituisca la scala che uso, con scarso successo, per dipingere il quadro per la dolce metà

d)       fare il lavoretto per l’ufficio dell’amico espatriato

e)       controllare altre possibilità di espatriare per me

f)        mandare curriculum

08.52 Però prima faccio il the.

09.40 Sto scorrendo il celebre album di foto nerd buffe dell’amico Leo, aggiornato costantemente day by day, attendendo che il the acquisisca una temperatura meno magmatica, quando il capello selvaggio della dolce metà si insinua attraverso la porta scorrevole.

<Boooonjooouuuuurrrrrr!>

Stamattina non deve andare a lavorare. Deciso, sto a casa anch’io.

11.27 Il lavoro per l’amico è molto Disney. Scritta arcobaleno su cielo stellato, circondata da bagliore soffice, con silhouettes di personaggi a destra e a sinistra.

11.28 La dolce metà non è convinta. Poco colore, secondo lei.

11.29 Cambio il font e ne metto uno più cartoon.

11.30 Meglio, ma le sagome hanno qualcosa che non va…

11.31 Perché il contorno è sgranato???

11.40 Meglio. Però la dolce metà non è convinta lo stesso. Pazienza…

11.51 Guarderò qualche offerta di lavoro.

11.54 Ehi, il mio status di Harrods piace a 21 persone! Un successone!

11.57 Mi ha risposto un’agenzia di promoter, stanno cercando operatori per un part time 8 ore a settimana, devono promuovere prodotti per il printing. Stipendio giusto e posto a 25 chilometri da casa. Può andare, segnamoci.

12.00 Merchandiser itinerante in un raggio di 50 chilometri… Se la paga è buona e la Punto regge, si può fare. Mandiamo!

12.16 Addetta vendite in GDO, part-time, buon rapporto con il pubblico, disponibilità al lavoro festivo. Novantatrè persone iscritte, ma vabbè, proviamo.

12.20 In realtà queste ultime due offerte sono fatte da interinali… Come buttare il curriculum fuori dalla finestra e sperare che qualcuno lo afferri. Però si fa tanto per sperare.

12.28 EHI!!! Ricerca di un grafico!! QUI DIETRO CASA!!! Ovviamente freelance, ma non si può avere tutto dalla vita. Mandiamo!

12.43 Recepisco solo adesso il frastuono assordante che permea ogni centimetro di atmosfera intorno a me. Ero talmente estraniata dal taglia e cuci di curriculum, offerte di lavoro e social networking che non mi sono resa conto degli urli di guerra e della (tele?)cronaca concitata proveniente dal televisore.

La dolce metà sta seguendo un torneo di gaming che comincio a credere sia perpetuo, 24 ore su 24. Squadre di videogiocatori di tutto il mondo, sponsorizzate e allenate, si sfidano ad uno strategico multiplayer online: benvenuti nel mondo della DOTA. La DOTA è causa di quel tremolio nervoso del labbro che scatta incontrastato quando egli si avvicina al mouse e apre il browser.

Dopo anni di presenza incontrastata, o scaraventi ogni calcolatore elettronico moderno fuori dalla finestra, o impari a conviverci.

Al momento ci convivo talmente bene che in casa mia sembra si sia scatenata la terza guerra mondiale ufficiale e non me ne sono nemmeno resa conto.

<Amore? Abbasseresti un pochino per piacere?>

Allunga l’arto pigiamato verso il telecomando, rende le vibrazioni sonore abbastanza accettabili da essere recepite da una vecchia zia con apparecchio acustico incorporato, poi mi guarda languido e cita:

<Tu non hai fame?>.

12.55 Esploro il frigo.

Pancetta a cubetti.

Uova.

Piadina surgelata.

Cipolle.

Due fette di tacchino.

Salvia talmente secca da poter essere sniffata.

Arance.

Un triste rimasuglio di funghi.

Birra.

Penso alle abitudini alimentari del mio lui, dove se una cosa è tra due fette di pane, è buona. Rapido calcolo mentale, ed è subito fajtas.

13.40 Le fajtas si sono trasformate in un burrito e, mio malgrado ma per voler di microonde, in un taco incredibilmente buoni, con cipolla rosolata, paprika piccante e curry.

Grufoliamo allegramente sul divano (ere fa Egli ha deciso che mangiare a tavola è un inutile spreco di tempo, energie, tovaglie e stoviglie, ed io ho raccolto con piacere) guardando una puntata di Persons of Interest, americanata condotta dalla voce leonina di Jim Caviezel e da Michael Emerson, che meglio del ruolo da alienato non può fare nulla.

15.00 Il mio lui, ramingo, se ne va a lavorare, e io penso che sarebbe ora di lavarsi e di togliere il pigiama.

Mi guardo allo specchio: il capello corto, sfoltito dalle mani agili della parrucchiera di quartiere, recrimina un suo posto nel mondo, ed ogni singola ciocca esercita con veemenza la propria identità. Sembra insomma che abbia messo le proverbiali dita nella presa elettrica.

Il pigiama è un regalo di qualche Natale fa, color arancia, in pile, con applicate delle palline colorate e bordato da frappe. Diciamo che non è un capolavoro di vestiario da casa.

Penso al tragico spettacolo che abbiamo offerto al mondo io e lui, tutta la mattina, sul divano, e penso che, sì, dev’essere proprio amore.

15.10 Beh dai, sono sovrappeso ma mi si vede ancora la cassa toracica.

15.15 E poi anche di pancia sono messa abbastanza bene… Non piatta come qualche anno fa, però a posto dai…

15.17 Per fortuna che la specchiera si ferma sopra ai fianchi. Dovrei iniziare ad andare in palestra.

15.18 No la palestra costa. Vado a correre.

15.19 Oggi però non posso. Devo lavorare al blog.

15.20 Sono enorme… Sotto l’acqua sembro una balenottera. Però felice!

* * *

02.40 Siamo tornati da una serata bellissima a casa di Lella e Renzo, un appartamento grande come una villa con campo da tennis, organizzata per salutare Alex, un altro amico storico della dolce metà, che parte per la California senza biglietto di ritorno. Un viaggio all’avventura, fatto solo per restare e trovare un posto nel mondo al di là dell’oceano.

Eravamo circa una ventina, abbiamo cenato nell’immensa sala da pranzo con produzioni di Lella e parentado, abbiamo chiacchierato allegramente rievocando aneddoti, facendo qualche scherzo crudele al festeggiato (tra i quali un peperoncino della morte nel mascarpone al caffè), guardando video buffi di animali, e giocando a golf su piattaforma virtuale. Abbiamo riso fino alle lacrime e sognato di partire anche noi.

Mentre aiutavo Lella a preparare la pasta col “sugo della nonna”, definizione che ha dato atto alle più volgari battute da locanda piratesca e a un sussulto d’ilarità dilatato nello spazio e nel tempo che probabilmente reincontreremo alla prossima cena, abbiamo convenuto con le altre morose che, no, i nostri uomini non avevano ancora realizzato bene cosa volesse dire la partenza di Alex.

Spiego bene: questo gruppo, il gruppo di amici storici di Bacca (la mia dolce metà), è una di quelle aggregazioni sociali fatte da gente che si vuole veramente bene. Si è formato nei momenti più disparati della vita di Alex, e lui ne è veramente il fulcro. Ci sono suoi vicini di casa, compagni d’asilo, compagni di scuola e di università, ex-colleghi di lavoro, insomma, gente che ha incontrato durante il suo percorso e ha catalizzato intorno a se con il suo carisma e la sua generosità. Chiariamoci, non che sia un angelo in terra o che altro, però è sempre stato qualcuno cui è estremamente semplice affezionarsi.

La sua casa ci ha accolto per capodanni, feste di compleanno, ritrovi del lunedì sera per giocare tutti insieme al computer, e in tutte queste occasioni ha trovato il modo di accendere la vena goliardica che rende un gruppo affiatato.

Li ho guardati, alcuni seduti al tavolo, alcuni fuori a fumare sul terrazzo, altri a sgranchirsi le gambe dopo l’overture pantagruelica di antipasti.

<No>, ho convenuto, <Non se ne sono resi conto.>.

All’arrivo del dolce Alex, cui si reclamava a gran voce un discorso, si è limitato a dire, parodizzando un tono solenne, <Se mi volete bene mi lascerete andare>, e si è avventato sul mascarpone “corretto”.

Secondo me nemmeno lui se n’è reso conto, ma, come ho poi esposto a Bacca, sono quelli che restano a sentirsi abbandonati, quelli che partono hanno così tanta euforia, così tanta adrenalina e così tanta aspettativa che, dopo la partenza, ci mettono giorni, a volte mesi, prima di sentire la stretta della mancanza.

Al momento dei commiati, Alex ci ha salutato tutti, uno per uno, e il clima, come Lella si è premurata di farci notare, è volto un po’ verso il funereo. Hanno cominciato a rendersi conto che non lo vedranno per parecchio tempo, e la voglia di ridere non c’era più. Certo è difficile sdrammatizzare con qualcuno in sottofondo che afferma con stizza <Che tristezza eh? Cioè, sembra un funerale! Che tristezza! Non è mica morto nessuno!>

Io per sdrammatizzare ho sghignazzato un <Guarda che la nostra è tutta invidia, perché ci tocca restare qui!> (vero), e mentre proseguivano i saluti ho dato una svolta alla fine della serata.

Mi sono avvicinata alla dolce metà, poi ho fatto un passo indietro, mi sono voltata verso gli altri che ancora si stavano scambiando saluti…

…e ho sentito il rumore di qualcosa che franava rovinosamente per terra.

Un suono attutito da un fruscio di aghi di pino di plastica che, esalando un sospiro di sofferenza, si afflosciano sul pavimento di marmo.

Guardo con occhi colpevoli lui e gli chiedo: <Ma sono stata io?>

Lui alza le sopracciglia rassegnato: <Eh, si…>

Mi giro.

Ho abbattuto l’albero di Natale tenuto in piedi appositamente per rallegrare l’ambiente.

Contemporaneamente Lella accorre, osserva inorridita il cadavere, e accusa <Bacca! Cos’hai fatto???>

Immediatamente dico <No, Lella, sono stata io, scusa…>

E lei, con finta nonchalance: <Ah, dì, non ti preoccupare, hai solo rotto il puntale di mia mamma da bambina. Aveva cinquant’anni.>

Osservo la testa mozzata di Babbo Natale sporgere dai frammenti di quello che era il suo corpo in vita, e vorrei tanto, tanto seppellirmi.

Alex vede il mio sguardo mortificato che cerca supporto senza successo in quello della dolce metà (<Avevo visto che ci stavi sbattendo contro, ma non te l’ho detto perché se no tu ti scocciavi>) e afferma beffardo:

<Non ti preoccupare, Bè. Quel puntale era proprio bruttissimo.>

Se non altro ho ravvivato il clima funereo.